Cos'è successo in queste ultime due settimane?
Bronte Boys. Sono tornato a Bronte, che rimane la mia spiaggia preferita qui a Sydney. E' più intima delle altre e quel prato enorme alle sue spalle vale un cazzeggio, un barbecue o una partita a pallone. Poi ci sono loro, i Bronte Boys, un gruppo di surfisti piuttosto giovani che sfoggiano enormi tatuaggi (tra cui uno in particolare con scritto Bronte Boys) e che vorrebbero emulare i Bra Boys, storico e temutissimo gruppo di srufisti di stanza (o d'istanza? mai capito) a Maroubra.
Mi hanno raccontato che questi Bra Boys sarebbero celebri perché, surfando, si profondono spesso in manovre incuranti e fuori dall'etichetta di questo sport, oltre a cercare intenzionalmente un pretesto per baruffare con altri surfisti, spesso meno esperti. Anni fa la tensione tra questi Bra Boys e un gruppo di surfisti libanesi particolarmente fumantini sfociò in un vera guerra armata, che fece addirittura delle vittime.
Rodmanalbe82 goes 27. Doppio party per festeggiare il compleanno di Albe. Prima una festa a sorpresa che lui aveva intuito giorni prima.
Il meglio della serata: le birre offerte da Albe, il sito di Domino's pizza (che ti consente di scegliere ben cinque modalità di cottura della pasta, oltre a darti la possibilità di crearti la tua pizza in pochi istanti), la bombetta inarrivabile che Albe aveva in testa, il pallone da basket che gli abbiamo regalato, gli instant noodles che mi sono comprato alle 2 tornando a casa e che ho cucinato appena arrivato.
Il peggio della serata: la pizza di Domino's pizza, i miei baffi comparati a quelli di chiunque altro partecipi a Movember.
Poi uno strepitoso barbecue a Bronte, che però preferisco lasciare all'immaginario collettivo.
Nelson Bay. Gita scolastica per il corso d'inglese che il mio coinqulino Csaba ha frequentato qui a Sydney. Vengo invitato per far numero. Il maestro, tale Patrick, decide di noleggiare un mini-bus da 25 posti, riunire la truppa alle 6.30 del mattino (sveglia un'ora prima) e guidarlo per due ore e mezza verso nord, sopra Newcastle, in questa baia stupenda e semi-deserta. Barbecue, camminata sugli scogli, pisciata nella boscaglia incurante del pericolo serpi, conversazioni improbabili con Akos, l'altro mio coinquilino ungherese che celebra il dono della parola solamente alla terza birra ingollata, e infine un bagno nell'oceano con l'acqua a 18 gradi. La meglio giornata australiana.
Surfing at Manly. Già, ho surfato. Non bene, ma ho surfato.
Giornata passata a manly beach, spiaggia a nord di sydney, rinomata per avere onde facili ed essere quindi adatta ai principianti. Io e una delle nuove coinquiline inglese, tale Jen, abbiamo noleggiato una long board (tavola lunga e larga, un po' vecchio stile, ma stabile e quindi più facile per chi comincia) e ci siamo messi in acqua, a turno.
C'ho messo mezzora per capire come non ribaltarmi mentre uscivo al largo (va beh, venti metri da riva), perché la tavola è molto sensibile e le onde tendono a sollevarla. Considerate che già nuotarci sopra non è elementare, serve un discreto equilibrio.
Poi ho provato a prendere un'onda di media entità e stavo per mettermi in piedi. Mi son detto: sono un predestinato, alla prossima vado nel tube.
Ovviamente poi un'intera sessione di mezzora senza riuscire a prendere un'onda (problemi di equilibrio, stanchezza, difficoltà nel capire quando prendere le onde).
Ho continuato a provare, guardando i ragazzi della scuola surf di fianco a me per capirci di più. Ho smesso di nuotare per uscire perché si disperdono troppe energie. E' meglio camminare e aspettare l'onda in arrivo, e prendere solo quelle adatte ai propri mezzi, che per un principiante corrispondono alla schiuma delle onde grosse. Con un po' di spinta delle braccia anche la schiuma (se le onde sono grosse abbastanza) ti porta fino a riva. Alla fine riuscivo quasi sempre a mettermi in piedi, anche se dopo un secondo in ginocchio.
Conclusioni: sport estremamente faticoso, in cui si migliora con estenuante pratica e in cui si prendono un sacco di botte (la tavola che ti sbatte addosso quando l'onda ti ribalta, i colpi alle ginocchia, lo sfregamento della pelle sulla tavola), ma obiettivamente una bomba.
Ulladulla & Jervis. Questo weekend abbiamo noleggiato un paio di macchine e siamo andati a Sud, in un posto dal nome pittoresco come Ulladulla. Ci siamo accampati in un bosco, c'era già un fuoco acceso e tante birre aperte per festeggiare il compleanno di Rafa, un ragazzo spagnolo con dei baffi brutali.
Natura selvaggia, tanti bagni nell'oceano, qualche sandwich vegan, frisbee sulla spiaggia, una notte in auto anche se avevamo montato la tenda, la soddisfazione senza prezzo di una cagata in mezzo alla foresta, camminare nella natura senza lenti per stimolare gli altri sensi, distruggere una ciabatta perché non si vede dove si cammina, tornare in spiaggia all'alba e fare bodysurfing.
E poi ieri via verso Jervis Bay, un parco naturale di stordente bellezza con tantissime spiagge incontaminate. Non bastasse questo un wallaby (simil canguro di piccole dimensioni) è venuto a farci compagnia mentre stavamo a Murray's Beach, e un branco di delfini nuotava vicino agli scoglia di Green Patch mentre io li contemplavo stupefatto, e altri ci nuotavano insieme.
Le due settimane migliori di Sydney sono finite. Tra venti giorni comincio a risalire la costa.
23 novembre 2009
8 novembre 2009
San Siro, Olimpico, delle Alpi
La prima settimana novembrina qui a Sydney mi pare un ottimo spunto per segnalare alcune differenze tra Australia e Italia.
Partiamo dalle cose semplici. Qui è primavera inoltrata, tra poco arriva l'estate. Sembrano saperlo tutti tranne il cielo, che continua a proporci intere giornate di dense nuvole. Non si prende nemmeno la soddisfazione di smentire i meteorologi una volta ogni tanto. Frattanto abbondano i lazzi sulla prospettiva di un Natale in costume da bagno. Le risate comunque le posticipo a quando vedrò pioggia cadere sui miei regali in spiaggia.
Differenza con l'Italia: malgrado le nuvole, qui mi permetto il lusso di girellare per la città in bermuda. Se a novembre salissi su un autobus di Milano coi pantaloni corti la gente mi guarderebbe come fossi un matto. Poi probabilmente mi guarderebbe crollare al suolo assiderato.
Rimaniamo nel campo delle differenze note. In Australia si guida sul lato sinistro della strada. E' però comune all'Italia l'astio che il guidatore medio nutre nei confronti del pedone medio. Dall'insulto in giù è tutto considerato nobile. Trendissimo a quanto pare tirare giù il finestrino e urlare con piglio severo: watch your way, mate (già occorsomi tre volte). Risposta che non riesco mai a dare: io la guarderei anche, ma ci sei già sopra.
Tra le altre differenze segnalerei:
a) qui non si trova un'anguria con i semi. Mi mancano, anche se è da una vita che dico a tutti che non mangio l'anguria perché detesto i semi;
b) la domenica prima di cena va in onda Australian Idol, una sorta di x-factor in cui non c'è nemmeno il gusto di ascoltare le boiate della Ventura. E improvvisamente mi son ritornati in mente i gol in tele dopo il campionato. Non li guardo da dieci anni forse, ma ricordo nitidamente l'attesa impaziente prima di 90esimo minuto. Chissà se c'è qualcuno là fuori che attende con la stessa impazienza l'inizio di Australian Idol.
Ma soprattutto: ragazze e cavalli.
Martedì, giornata torrida, decido sagacemente di uscire verso l'una. Girellando per Darling Harbour, la baia sotto casa mia, mi accorgo di come le strade paiano inspiegabilmente vuote. A quell'ora è prassi essere in pausa pranzo, e di norma i giovani yuppies in giacca e cravatta si riversano in strada per procacciarsi sandwich di incerta commestibilità e canguri al dente.
Niente, strade vuote, ma noto come nei ristoranti ci sono sterminate folle di australiani vocianti. Nemmeno un tavolo libero. Più di ogni altra cosa è basente l'abbigliamento delle tipe: hanno tutte vestiti pomposi, della medesima foggia. Varia solo il colore, talune si accontentano di un mogano o di uno spento blu vellutato, altre azzardano perfino sfumature dorate o argentee. Parevano medaglie deambulanti. Immancabile comunque il polpaccio suino sempre ben in vista.
Ragione di tutta sta folla? La Melbourne Cup, the race that stops a nation. Praticamente una gara di cavalli che autorizza la gente a smettere di lavorare prima di pranzo e ad accapigliarsi nei ristoranti davanti alla gara in tv. Doverosa la scommessina (ina per modo di dire) preventiva.
Differenza con l'Italia: beh noi abbiamo il palio di Siena. Però quello ferma una sola città. Gli altri la guardano in televisione se gli capita, e se riescono a resistere ai quarti d'ora persi per mettere in riga tutti i cavalli. Io personalmente non so manco quando si tiene.
Anyway, capolinea. Sicuramente ci sarebbe altro da dire, ma in un paese in cui non ci si può nemmeno lamentare per i semi dell'anguria talvolta ti mancano le parole giuste per concludere degnamente un post.
Partiamo dalle cose semplici. Qui è primavera inoltrata, tra poco arriva l'estate. Sembrano saperlo tutti tranne il cielo, che continua a proporci intere giornate di dense nuvole. Non si prende nemmeno la soddisfazione di smentire i meteorologi una volta ogni tanto. Frattanto abbondano i lazzi sulla prospettiva di un Natale in costume da bagno. Le risate comunque le posticipo a quando vedrò pioggia cadere sui miei regali in spiaggia.
Differenza con l'Italia: malgrado le nuvole, qui mi permetto il lusso di girellare per la città in bermuda. Se a novembre salissi su un autobus di Milano coi pantaloni corti la gente mi guarderebbe come fossi un matto. Poi probabilmente mi guarderebbe crollare al suolo assiderato.
Rimaniamo nel campo delle differenze note. In Australia si guida sul lato sinistro della strada. E' però comune all'Italia l'astio che il guidatore medio nutre nei confronti del pedone medio. Dall'insulto in giù è tutto considerato nobile. Trendissimo a quanto pare tirare giù il finestrino e urlare con piglio severo: watch your way, mate (già occorsomi tre volte). Risposta che non riesco mai a dare: io la guarderei anche, ma ci sei già sopra.
Tra le altre differenze segnalerei:
a) qui non si trova un'anguria con i semi. Mi mancano, anche se è da una vita che dico a tutti che non mangio l'anguria perché detesto i semi;
b) la domenica prima di cena va in onda Australian Idol, una sorta di x-factor in cui non c'è nemmeno il gusto di ascoltare le boiate della Ventura. E improvvisamente mi son ritornati in mente i gol in tele dopo il campionato. Non li guardo da dieci anni forse, ma ricordo nitidamente l'attesa impaziente prima di 90esimo minuto. Chissà se c'è qualcuno là fuori che attende con la stessa impazienza l'inizio di Australian Idol.
Ma soprattutto: ragazze e cavalli.
Martedì, giornata torrida, decido sagacemente di uscire verso l'una. Girellando per Darling Harbour, la baia sotto casa mia, mi accorgo di come le strade paiano inspiegabilmente vuote. A quell'ora è prassi essere in pausa pranzo, e di norma i giovani yuppies in giacca e cravatta si riversano in strada per procacciarsi sandwich di incerta commestibilità e canguri al dente.
Niente, strade vuote, ma noto come nei ristoranti ci sono sterminate folle di australiani vocianti. Nemmeno un tavolo libero. Più di ogni altra cosa è basente l'abbigliamento delle tipe: hanno tutte vestiti pomposi, della medesima foggia. Varia solo il colore, talune si accontentano di un mogano o di uno spento blu vellutato, altre azzardano perfino sfumature dorate o argentee. Parevano medaglie deambulanti. Immancabile comunque il polpaccio suino sempre ben in vista.
Ragione di tutta sta folla? La Melbourne Cup, the race that stops a nation. Praticamente una gara di cavalli che autorizza la gente a smettere di lavorare prima di pranzo e ad accapigliarsi nei ristoranti davanti alla gara in tv. Doverosa la scommessina (ina per modo di dire) preventiva.
Differenza con l'Italia: beh noi abbiamo il palio di Siena. Però quello ferma una sola città. Gli altri la guardano in televisione se gli capita, e se riescono a resistere ai quarti d'ora persi per mettere in riga tutti i cavalli. Io personalmente non so manco quando si tiene.
Anyway, capolinea. Sicuramente ci sarebbe altro da dire, ma in un paese in cui non ci si può nemmeno lamentare per i semi dell'anguria talvolta ti mancano le parole giuste per concludere degnamente un post.
30 ottobre 2009
I'm not so fucking special, actually.
Vi ricordate i bigliettini delle medie?
Io credo che poche cose della mia infanzia rimarranno alla mia memoria nitide quanto la struttura di un bigliettino delle medie. Tutti quei convenevoli, quegli aggettivi dolciastri. Poi l'anacoluto, quasi doveroso per chi scriveva, letto con moderato compiacimento dal destinatario. Abbiamo un codice, pensavo ogni volta. Un codice abominevole, me è pur sempre qualcosa che condividiamo.
Ieri mi sono alzato e il padre di Hikari era morto. Lei doveva partire per Alice Springs proprio ieri, e là incontrare i suoi genitori ma suo padre è morto prima di poterla rivedere. E io non avevo un codice per dirle che mi dispiaceva. Non avevo un codice per dirle alcunché, in realtà. Avrei voluto abbracciarla ma mi sembrava d'invadere il suo dolore privato.
Perdere un genitore è qualcosa di cui non so nulla e quando non so nulla mi viene spontaneo stare in silenzio. Ci siamo guardati per qualche istante, afoni dei nostri pensieri.
E' partita ieri e la sua schiena mentre saliva sull'autobus che l'avrebbe portata all'aeroporto profumava d'addio come poche altre cose al mondo.
Ultimamente mi capita di leggere parecchio. Soprattutto e-mail da gente che non conosco: I regret to advise that on this occasion we will not be progressing with your application. Sei bravo, hai buone esperienze, il tuo inglese sembra devastante ma per stavolta prendiamo un altro. Non c'è molto da fare, se non continuare a provare.
Leggo anche molte e-mail di persone che conosco da tempo. E' sorprendente accorgersi che a ventimila chilometri da casa puoi ancora scoprire qualcosa di coloro a cui vuoi bene. Forse svelare se stessi è più facile quando non sei costretto a incrociare lo sguardo di chi ti ascolta non appena hai smesso di parlare.
Io credo che poche cose della mia infanzia rimarranno alla mia memoria nitide quanto la struttura di un bigliettino delle medie. Tutti quei convenevoli, quegli aggettivi dolciastri. Poi l'anacoluto, quasi doveroso per chi scriveva, letto con moderato compiacimento dal destinatario. Abbiamo un codice, pensavo ogni volta. Un codice abominevole, me è pur sempre qualcosa che condividiamo.
Ieri mi sono alzato e il padre di Hikari era morto. Lei doveva partire per Alice Springs proprio ieri, e là incontrare i suoi genitori ma suo padre è morto prima di poterla rivedere. E io non avevo un codice per dirle che mi dispiaceva. Non avevo un codice per dirle alcunché, in realtà. Avrei voluto abbracciarla ma mi sembrava d'invadere il suo dolore privato.
Perdere un genitore è qualcosa di cui non so nulla e quando non so nulla mi viene spontaneo stare in silenzio. Ci siamo guardati per qualche istante, afoni dei nostri pensieri.
E' partita ieri e la sua schiena mentre saliva sull'autobus che l'avrebbe portata all'aeroporto profumava d'addio come poche altre cose al mondo.
Ultimamente mi capita di leggere parecchio. Soprattutto e-mail da gente che non conosco: I regret to advise that on this occasion we will not be progressing with your application. Sei bravo, hai buone esperienze, il tuo inglese sembra devastante ma per stavolta prendiamo un altro. Non c'è molto da fare, se non continuare a provare.
Leggo anche molte e-mail di persone che conosco da tempo. E' sorprendente accorgersi che a ventimila chilometri da casa puoi ancora scoprire qualcosa di coloro a cui vuoi bene. Forse svelare se stessi è più facile quando non sei costretto a incrociare lo sguardo di chi ti ascolta non appena hai smesso di parlare.
22 ottobre 2009
一期一会
I giorni cominciano a passare in fretta. Tra un po' dovrò contare le settimane di permanenza in Australia, forse i mesi. E' un'abitudine che avevo anche da bambino, in occasione delle vacanze più durature, e confesso che mi ha sempre messo addosso una malinconia notevole.
All'inizio ogni giorno ha un suo colore, arrivi a sera e ti viene da fare l'elenco delle facce strane che hai visto, delle gocce di pioggia che ti sono cadute in testa. Poi le facce cominciano a sembrare un po' più ordinarie, le gocce di pioggia sempre meno frequenti. C'è una patina di anonimato sui giorni appena conclusi quando fissi il calendario. E ti sorprendi sempre meno di ciò che ti sta intorno, anche se qui è quasi impossibile trovare un anguria con i semi e c'è gente che fa bodysurfing lanciandosi dagli scoglia con onde di due metri.
Capisci che questa è un po' casa tua quando ti sporgi dal marciapiede e guardi prima a destra per essere sicuro che non arrivino macchine.
Mi hanno detto che questo blog ha il sapore agrodolce della nostalgia. Non c'è niente di più vero, e non ho mai fatto niente per nasconderlo. Ma ci sono un sacco di momenti lieti nelle mie giornate.
Il caso ha voluto che capitassi in casa con ragazzi che hanno un assoluto bisogno di compagnia e non sarò certo io a negar loro qualche brano del mio inglese finto disinvolto. Ognuno ha il suo modo di chiedere attenzione: i silenzi intensi dei due ungheresi, la smodata vitalità di Saman, gli scherzetti quasi puerili di Hikari. E tutti sembrano dirti: ok, siamo a migliaia di chilometri da dove siamo cresciuti, ma scommetto che una serata insieme può strappare un sorriso a qualunque latitudine.
Lo so, alla fine non racconto mai nulla di quello che mi succede. Spero che lo si legga tra le righe.
Non c'è niente di anonimo se si ascoltano le parole di chi ci sta intorno.
Ichi-go ichi-e. Un momento, un incontro.
All'inizio ogni giorno ha un suo colore, arrivi a sera e ti viene da fare l'elenco delle facce strane che hai visto, delle gocce di pioggia che ti sono cadute in testa. Poi le facce cominciano a sembrare un po' più ordinarie, le gocce di pioggia sempre meno frequenti. C'è una patina di anonimato sui giorni appena conclusi quando fissi il calendario. E ti sorprendi sempre meno di ciò che ti sta intorno, anche se qui è quasi impossibile trovare un anguria con i semi e c'è gente che fa bodysurfing lanciandosi dagli scoglia con onde di due metri.
Capisci che questa è un po' casa tua quando ti sporgi dal marciapiede e guardi prima a destra per essere sicuro che non arrivino macchine.
Mi hanno detto che questo blog ha il sapore agrodolce della nostalgia. Non c'è niente di più vero, e non ho mai fatto niente per nasconderlo. Ma ci sono un sacco di momenti lieti nelle mie giornate.
Il caso ha voluto che capitassi in casa con ragazzi che hanno un assoluto bisogno di compagnia e non sarò certo io a negar loro qualche brano del mio inglese finto disinvolto. Ognuno ha il suo modo di chiedere attenzione: i silenzi intensi dei due ungheresi, la smodata vitalità di Saman, gli scherzetti quasi puerili di Hikari. E tutti sembrano dirti: ok, siamo a migliaia di chilometri da dove siamo cresciuti, ma scommetto che una serata insieme può strappare un sorriso a qualunque latitudine.
Lo so, alla fine non racconto mai nulla di quello che mi succede. Spero che lo si legga tra le righe.
Non c'è niente di anonimo se si ascoltano le parole di chi ci sta intorno.
Ichi-go ichi-e. Un momento, un incontro.
16 ottobre 2009
Saman
Ho un bug di sistema. Non riesco a descrivere le persone che incontro con la cura che meriterebbero. E' sempre stato così. Detesto descrivere almeno quanto detesto leggere descrizioni, tanto che sovente mi capita di saltare intere pagine di libri, arrivare alla fine della storia e rendermi conto che non ci ho capito un cazzo. Di norma biasimo l'autore in questi casi.
Anyway, credo sia auspicabile imporsi, più che concedersi, delle eccezioni nella propria vita. E il ragazzo iraniano con cui condividerò la stanza per qualche tempo fa decisamente al caso mio in questo momento.
In parentesi: sì, ho una casa mia. No, non ho una stanza (tutta) mia. No, non ho controllato da che parte gira l'acqua del cesso: sono sempre troppo impegnato a farmi i complimenti per ciò che ho appena fatto.
Saman mi ha accolto nel suo mondo offrendomi un bicchiere di vino. Chi ti offre un bicchiere di vino prima di conoscere il tuo nome è quasi sempre una persona estremamente gentile, o una persona estremamente depressa. Talvolta capita che sia entrambe le cose.
In un paio d'ore di conversazione ha:
- liquidato Ahmadinejad chiarendo che durante i pasti non riesce a parlarne;
- presentato un doveroso elenco di parolacce italiane che gli sono state insegnate;
- esclamato Oh my God almeno un centinaio di volte;
- istituito l'asse Iran-Italia per una futura missione cucina pulita in cui si cercherà di porre rimedio al lordume prodotto dalle ragazze asiatiche nostre coinquiline;
- notificato che dell'Islam non gli frega nulla, e contestualmente rabboccato il suo calice di vino;
Non posso dire di conoscerlo. Ho solo la sensazione che vivremo bene assieme. Parla un sacco, ed è piuttosto esuberante, anche teatrale nel suo porsi con gli altri. Io di mio sarei riservato e un po' lunatico, ma ho un bisogno disperato di qualcuno che sappia tirarmi su il morale anche con pochi gesti quando mi arriva una botta di nostalgia straight from pianura padana.
Di solito arrivano all'ora di pranzo. Non ho molto da fare e mi connetto. E contemplo un paio d'ore di stasi forumistiche, di finestre MSN senza contatti attivi e di illusorie newsletter che mi fanno sperare di essere nei pensieri notturni di qualcuno, a ventimila chilometri da qui.
Mi piace camminare per Sydney e scoprire sempre qualcosa di nuovo in strade che ho percorso già decine di volte. Mi piace sporgermi dal Pyrmont Bridge e guardare la baia, e vedere che ogni tanto si spegne la luce di un ufficio in un grattacielo. Mi piace mettermi le cuffie e pensare che la gente intorno a me si muova al ritmo che sento io.
Anyway, credo sia auspicabile imporsi, più che concedersi, delle eccezioni nella propria vita. E il ragazzo iraniano con cui condividerò la stanza per qualche tempo fa decisamente al caso mio in questo momento.
In parentesi: sì, ho una casa mia. No, non ho una stanza (tutta) mia. No, non ho controllato da che parte gira l'acqua del cesso: sono sempre troppo impegnato a farmi i complimenti per ciò che ho appena fatto.
Saman mi ha accolto nel suo mondo offrendomi un bicchiere di vino. Chi ti offre un bicchiere di vino prima di conoscere il tuo nome è quasi sempre una persona estremamente gentile, o una persona estremamente depressa. Talvolta capita che sia entrambe le cose.
In un paio d'ore di conversazione ha:
- liquidato Ahmadinejad chiarendo che durante i pasti non riesce a parlarne;
- presentato un doveroso elenco di parolacce italiane che gli sono state insegnate;
- esclamato Oh my God almeno un centinaio di volte;
- istituito l'asse Iran-Italia per una futura missione cucina pulita in cui si cercherà di porre rimedio al lordume prodotto dalle ragazze asiatiche nostre coinquiline;
- notificato che dell'Islam non gli frega nulla, e contestualmente rabboccato il suo calice di vino;
Non posso dire di conoscerlo. Ho solo la sensazione che vivremo bene assieme. Parla un sacco, ed è piuttosto esuberante, anche teatrale nel suo porsi con gli altri. Io di mio sarei riservato e un po' lunatico, ma ho un bisogno disperato di qualcuno che sappia tirarmi su il morale anche con pochi gesti quando mi arriva una botta di nostalgia straight from pianura padana.
Di solito arrivano all'ora di pranzo. Non ho molto da fare e mi connetto. E contemplo un paio d'ore di stasi forumistiche, di finestre MSN senza contatti attivi e di illusorie newsletter che mi fanno sperare di essere nei pensieri notturni di qualcuno, a ventimila chilometri da qui.
Mi piace camminare per Sydney e scoprire sempre qualcosa di nuovo in strade che ho percorso già decine di volte. Mi piace sporgermi dal Pyrmont Bridge e guardare la baia, e vedere che ogni tanto si spegne la luce di un ufficio in un grattacielo. Mi piace mettermi le cuffie e pensare che la gente intorno a me si muova al ritmo che sento io.
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